C’era una ragazzina dai capelli corvini, una montagna di ricci scuri su due occhi neri come il carbone. La ragazzina pensava di essere strana, di essere diversa, di avere qualcosa che non andava: sul suo corpo, appena sopra l’ombelico, si apriva una piccola finestrella che dava su un abisso. L’abisso non pareva avere fondo ed era scuro come i suoi capelli, scuro come la notte. Da piccola aveva mostrato molte volte quella finestrella a chi le stava intorno. L’aveva mostrata alle maestre, l’aveva mostrata ai compagni di scuola, l’aveva mostrata all’insegnante di danza e all’insegnante di violino, ma tutti avevano avuto la stessa reazione: si erano pian piano allontanati, spaventati. Qualcuno aveva provato a fermare lo sguardo su tutta quell’oscurità, alcuni, pochi a dire il vero, avevano persino cercato di capire, di indagare che cosa nascondesse davvero e non erano fuggiti, si erano solo discostati, comprensivi, ma distanti. La ragazzina intanto era diventata tale e crescendo erano cresciuti i capelli, le braccia (sempre più lunghe e ossute) ed era cresciuta anche la finestrella, ed era cresciuto anche il desiderio di trovare qualcuno in grado di regalarle una luce in grado di rischiarare tanta oscurità. La ragazzina attendeva chi, aprendo le persiane che celavano l’abisso, vi avrebbe gettato dentro una fiaccola capace di trasformare la notte in giorno. Il tempo passava e la ragazzina incontrava sempre più persone, ma a poche svelava l’esistenza della finestrella: dopo anni aveva imparato a distinguere fra coloro che sarebbero fuggiti per sempre e chi invece sarebbe rimasto, magari a qualche metro di distanza, con la sua piccola candela in mano. Un giorno per caso la ragazzina fu avvicinata da un compagno di classe: era biondo come i campi in estate e i suoi occhi erano di un azzurro liquido. Sembrava felice e rideva spesso, ci sapeva fare in compagnia ed era sempre attorniato da tanti amici pronti a scherzare e divertirsi. La ragazzina pensò che potesse essere finalmente lui il custode della luce. Incominciarono a parlare e le cose che si dissero piacquero ad entrambi. Quando parlavano si guardavano allo specchio e l’immagine riflessa mostrava una straordinaria somiglianza punteggiata da differenze che lasciavano aleggiare una curiosità creatrice. Un giorno la ragazzina decise di mostrare all’amico la finestrella: temeva la sua reazione, ma sentiva che senza questa confessione il loro rapporto non avrebbe potuto essere vero sino in fondo. Il ragazzo non scappò, non disse nulla, non fece un passo indietro, ma con circospezione le si avvicinò e mostrò a sua volta una piccola finestrella, in tutto e per tutto simile alla sua, che si apriva su un abisso altrettanto scuro. La ragazzina rimase sconcertata e non sapeva che cosa fare. La confortava il fatto di non essere sola, si sentiva compresa, ma temeva tutta quella oscurità. Lei stava aspettando la luce, la fiaccola che rischiarasse le sue tenebre ed invece si era trovata davanti un fondo più fondo di quello che teneva così accuratamente nascosto dentro di sè. Il ragazzo la fissava in attesa di una reazione ed intanto guardava ammirato attraverso le tenebre della ragazza. Non era fuggito, ma la scrutava con attenzione, con affetto. La ragazzina fece un passo indietro e lui capì. Richiuse la finestrella e per molti anni non si rividero più. Un giorno, tempo dopo, un giovane uomo e una giovane donna sedevano a fianco sulla pensilina di un tram. Si osservarono per qualche minuto, si riconobbero e decisero di andare a bere un caffè insieme. Parlarono del tempo, della famiglia, del lavoro, si ripromisero di vedersi una sera a cena. Prima di salutarsi e salire su tram che conducevano ai capi opposti della stessa città la donna domandò al ragazzino di un tempo come mai non fosse fuggito davanti all’abisso che si era trovato davanti. Lei ammise di aver avuto paura, ammise che era alla ricerca di una luce in grado di rischiarla, una luce che forse aveva trovato, ma che negli anni poi si era affievolita e solo allora aveva imparato ad amare le sue tenebre. Il giovane annuì col capo. Lui era rimasto, disse, non perché l’abisso non gli facesse paura, ma perché in quell’abisso aveva visto brillare delle stelle. Era rimasto perché in cuor suo sapeva che una luce abbagliante lo avrebbe stregato, inebriato con il suo calore, infatuato follemente, ma che piano piano si sarebbe affievolita. La luce che aveva visto brillare nel buio invece era chiara, limpida, luminosissima: non avrebbe illuminato un intero abisso, ma avrebbe illuminato il punto dell’abisso in cui voleva stare, il momento in cui aveva deciso di vivere. L’affetto in fondo, disse il giovane, sta nel saper guardare i grandi abissi senza paura di cadervi dentro, senza aspettare che una fiaccola li rischiari, ma sapendo che la luce è già in quel luogo, sapendola scorgere nonostante tutto. La donna salì sul tram e lo salutò con la mano. Entrambi avevano la consapevolezza che non si sarebbero rivisti mai più, ma che da qualche parte il calore di quella piccola luce condivisa li avrebbe scaldati per sempre.