Ma tu, dimmi…

Hai mai capito davvero? Ti sei mai soffermato, facendo silenzio intorno a te, per capire quello che il mondo ti stava dicendo? Quello che io ti stavo dicendo? Ti sei mai chiesto il perché dei silenzi degli altri, delle loro mancanze, dei loro bisogni? Ci hai mai pensato? La calma di oggi è quasi inquietante, perché contrasta con i tempi turbolenti passati, che sembrano così lontani eppure allo stesso tempo “dell’altro ieri”. Si sta bene con la calma, si vive meglio, ma forse si vive meno, nel senso più pieno del termine. Tu come stai nella tua calma? Come ti trovi? Ci pensi mai al tempo passato o deve passare al punto di essere “definitivo”, tempo ormai perduto, per avere la tua cura e la tua attenzione. Non importa, perché ormai immagino, con malinconica dolcezza, che manchi poco.

 

Altrove

Scrutavi il cielo in attesa di una stella cadente per esprimere un desiderio e non hai mai distolto lo sguardo. Per anni hai fissato l’oscurità, arrabbiato perché non accadeva nulla: il buio rimaneva buio e tu hai imparato a convivere con la delusione di attese frustrate, notti buttate, il desiderio di avere quello che ci manca senza sapere come fare ad ottenerlo. Hai aspettato e aspettato e non è successo nulla. Non hai mai abbassato lo sguardo a terra, non ti sei mai accorto che forse quel desiderio che tanto avresti voluto esprimere scrutando il cielo era lì, a pochi passi, e anche lui ti aspettava. Se, quando finalmente chinerai gli occhi, sarai stato fortunato, il desiderio sarà ancora lì. Vi guarderete e insieme farete il vostro pezzo di strada insieme, realizzerete un po’ di futuro. Se invece il desiderio sarà già andato non arrabbiarti: c’è un tempo per tutto, se sei fuori tempo forse è colpa del destino, forse tua, ma poco importa. E forse il desiderio tornerà ancora, forse ne verranno altri. Forse desideri soltanto rimanere a guardare le stelle.

I problemi nascono quando…

…una persona stravolge o ignora la sua vera natura. Quando smette di chiedersi “Chi sono” “Cosa desidero”  ”Cosa voglio essere” e si fa travolgere dalle richieste, dalle pressioni, dalle aspettative esterne. Troppo alta, troppo bassa, troppo magra, troppo grassa, troppo secchiona, troppo cazzara, troppo spirito libero, troppo legata alla famiglia, troppo negli schemi, troppo fuori dagli schemi. Si potrebbe andare avanti all’infinito perché infinite sono le pressioni che ci tocca sopportare oggi, spesso travestite da finta democrazia. Almeno un tempo una donna sapeva che il “mondo” da lei si aspettava un felice matrimonio, una casa pulita e ordinata, la cena in tavola, i figli educati, sorridenti e rispettosi. Ora si impone di tutto sotto il manto della tolleranza, dell’apertura, della pluralità e le cose non sono cambiate, in fondo in fondo, di una virgola.

Così quando ti accorgi che sei un bianconiglio, che ti va benissimo di essere così, che quella è la tua vita e il tuo oggi non lo vuoi vivere altrimenti, quando capisci che le tue priorità non sono quelle che vorrebbero farti passare come “normali” e “giuste”, che i tuoi valori sono quelli che hai fissi nel cuore e liberi nella mente e che non sempre sono gli stessi “accreditati” dalla maggioranza, quando capisci che non c’è nulla di male a voler essere semplicemente come si è, perché in fondo non si è poi così male, allora decidi di correre. Lasci perdere gli ingranaggi che macinano e macinano sui “se” e sui “ma” e vivi, semplicemente vivi. Poi chi verrà vedrà…

E quindi?

Forse a forza di concentrarsi “sul punto”, sul dover arrivare da qualche parte, abbattere qualche ostacolo, superare qualche limite, migliorare, accrescere, diminuire ci si dimentica che il bello di ogni gioco è giocare e non il risultato finale. Per fortuna a volte la vita è più “sveglia” di noi e ci costringe a dimenticare anche le nostre paure: troppe cose da fare, troppa bellezza, troppa stanchezza, troppo entusiasmo. E allora si vive semplicemente, seguendo il corso delle cose, il susseguirsi di momenti passati i quali ci si guarda indietro e si pensa “Ce l’ho fatta” quasi senza rendersene conto.  Le paure forse sono ancora lì, pronte a ritornare, ma intanto le cose progrediscono e non ci si sente così tanto in balia degli eventi. “E’ un caso”  ”Finirà” “E’ un periodo così, ma quando sarà passato tutto tornerà come prima”. Il dubbio si insinua, ma alla fine chi ha posto le premesse per questo momento di vita? Chi ha deciso di scegliere un percorso, di intraprendere proprio quella strada?

La campagna elettorale è agli sgoccioli. Sto riuscendo a mantenere la promessa fatta a me stessa di trovare “la mia forma”. La vespa è finalmente arrivata. Mi sento stanchissima, ma mi sembra di vivere finalmente a modo mio ed è una bella sensazione.

E poi, quando meno te l’aspetti…

Mentre le cose sembrano andare come devono andare e ti senti mediamente carica, mediamente felice, mediamente sulla via giusta capita il sogno stronzo. Magari è stata la cena pesante, i pensieri che inconsciamente lavorano nella testa, ma indipendentemente dalle cause ti trovi lì, sveglia nel tuo lettino con un’orribile sensazione di ansia addosso. Sono sogni che parlano molto di te e ti riportano fianco a fianco dei tuoi fantasmi. Sogni un’amica che incontra nuovamente il suo ex di un tempo, sogni che lui le dice cose bellissime e che tu non gli credi, che vorresti proteggerla e dirle “Ma guarda chi hai a fianco adesso! Chi te lo fa fare di tornare con quello?” e lei imperterrita prosegue ciecamente sulla sua strada. Poi subito, un secondo dopo, stai facendo un check in on line, pronta per partire per un posto dove non hai voglia di andare, addosso l’ansia del non ritorno, il desiderio di scappare da te stessa, dalle tue paure e ti senti una bambina abbandonata all’ingresso della scuola materna. E’ il tuo cervello che ti chiede di non farti sopraffare e di non farti schiacciare da cose lontane, da una sofferenza che non è necessario imporsi, da prove di forza con te stessa che non portano a nulla. E’ il tuo corpo che rifiuta di farsi risucchiare nuovamente da problemi non suoi, che ti intima di non fare passi indietro, di non tornare ad essere quella “tua ex” che magari sembra anche affabile, ma è in grado di distruggere la felicità faticosamente costruita. E deve essere quello il tuo obiettivo finale: ogni mattina dovresti alzarti e porti l’unica domanda sensata a farsi “Sono felice?” e agire di conseguenza. Anche se nessuno ti ha mai detto che è una priorità, anche se nessuno te lo ha mai chiesto con la stessa insistenza di altre, assi più inutili domande. Solo così si scacciano i brutti sogni…

Dove eravamo rimasti?

E’ incominciata una nuova avventura, una nuova campagna elettorale tutta in salita, nemmeno troppo distante da quella del 2009. Di nuovo tante nottate poco riposanti, tante telefonate, tanta strada sotto le scarpe, tanti volantini, tanti incontri e altrettanti scontri. A pensarci qualche mese fa non ci pensavo. Non è stato un periodo semplice e ci sono stati tanti momenti in cui mi sono sentita spaesata, stanca, sola. Bene o male sono qui. E poi ci sono stati momenti di panico, durante i quali non ho dato di matto, ma mi sono comportata con “dignità e classe” come ha sempre detto la prof dal cane neropece: zampette conserte e testa alta. Non ho fatto finta di niente, semplicemente la calma mi è scesa addosso, forse come ultima difesa dallo stress, ma ha funzionato. Ho imparato ad accettare un po’ di più le cose che non vanno, a farmi scivolare addosso quelle che gli altri pensavano dovessero essere le mie priorità e non lo erano affatto. Sto imparando faticosamente a dire le magiche parole “Questo non è un mio problema” e “Non sta a me gestire la cosa”: la strada è lunga tanto quanto quella della campagna, ma il sentiero è imboccato. E poi ci sono quelle coincidenze che ti colpiscono e un po’ ti fanno pensare. Penso che fra qualche ora sarò dall’altra parte del tavolo, in quel posto dove qualche anno fa sognavo di poter essere un giorno, a fare quello che ha fatto una persona che stimo e mi ha dato tanto dal punto di vista intellettuale. E’ come guardare “oltre lo specchio”, ancora mi vedo seduta fra i tanti ad ascoltare, ancora mi sento “a quel punto lì”. Sono la stessa, ma non sono più lì, sono avanti. Mi fermo e non mi faccio prendere dal panico più di tanto. Costa fatica, ma sono proprio dove avrei voluto essere. E sorrido.

Filologia

Venezia, fine del Quattrocento. Un noto letterato ha appena finito di sistemare alcuni carmi da inviare allo stampatore: è soddisfatto della sua opera, un bel manoscritto di otto carmi, tutto in minuscola, grafia sottile, bello rifinito. Lo attende una lauta cena a casa dell’amico Pietro Bembo e, si sa, il Bembo odia mangiare la roba fredda, quindi è meglio non porre indugi. Chiama il servo Bepin e gli ordina di andare di filato dal maestro stampatore a portare il manoscritto che “xe mejo prima che poi”. Bepin però non ne ha per le palle di andare e protesta sentitamente “No gò anda!” rimbrotta, ma alla fine alza le chiappe e prende il manoscritto sottobraccio. “Bada Bepin, de non te fermar a ber in un bacaro! Và và! E niente ombrine!”. Bepin prende la porta spernacchiando e il buon letterato si avvia verso casa Bembo che, come dicevo, non è mai bene far aspettare. I servi si sa ne sanno una più del demonio, ma Bepin è un buon servo e non vorrebbe deludere il padrone. Fila dritto per le calli stando attento a non cadere nel tranello del bicchierino facile. Svolta a destra e trova un bacaro, svolta a sinistra e c’è un’altra osteria, tira dritto ed ecco una barchetta carica di piccole botti di vino: “Ghe xe il destino!”. Rassegnato entra in osteria, ma solo per un’ombrina veloce. Due ore dopo Bepin è ancora lì, la testa sul bancone, il fiaschetto vuoto. Suonano i rintocchi al campanile di San Marco (si, lo so, è la fiera dello stereotipo) “Xe ora de tornar!” esclama. Afferra le carte e corre verso la bottega dello stampatore. Nella confusione però dimentica gli ultimi fogli appoggiati sul bancone: l’oste li userà il mattino dopo per avvolgerci il fritoin al mercato. Corre, corre, corre a perdifiato per le calli, ma è chiaramente sbronzo, inciampa e alcuni fogli precipitano nel canal. “Ostregheta!” esclama (lo so, lo so, portate pazienza) “El padron non se acorgerà che mancan do fojeti….” e riprende la corsa verso la bottega. Arriva e fa appena in tempo a depositare il manoscritto che il vecchio maestro chiude la porta e si mette all’opera per il lavoro serale. Carattere dopo carattere, prepara la stampa dei carmi del noto letterato.

Parma, primi decenni del Duemila. Un gruppo di filologi si scervella per capire come mai, nella prima edizione dei Carmi del noterrimo letterato quattrocentesco, manchino alcuni componimenti che poi appaiono nella seconda edizione ma hanno richiami chiarissimi con altri testi già pubblicati. “Sembra proprio che qui abbia deciso di eliminare il secondo carme, ma così si perde il filo del discorso!”  ”Sarà un caso di censura! Magari sotto l’immagine della pantegana operosa e viziosa si nasconeva un noto esponente del patriziato veneto”  ”Ma no, ma no! E’ una chiara scelta stilistica! Così come i carmi antichi ci sono giunti in forma frammentaria, il noto letterato voleva riproporli al suo pubblico contemporaneo!”  ”Può essere…ma se invece i carmi mancanti non fossero suoi, ma del suo acerrimo nemico, lo scrittore arcitristemente noto?”. Un cupo silenzio avvolge i filologi, lo stesso ostentato da Bepin il giorno della prima uscita nelle botteghe dei librai dell’edizione mutila dei Carmi.

Son solo favole da 4 soldi…

C’era una ragazzina dai capelli corvini, una montagna di ricci scuri su due occhi neri come il carbone. La ragazzina pensava di essere strana, di essere diversa, di avere qualcosa che non andava: sul suo corpo, appena sopra l’ombelico, si apriva una piccola finestrella che dava su un abisso. L’abisso non pareva avere fondo ed era scuro come i suoi capelli, scuro come la notte. Da piccola aveva mostrato molte volte quella finestrella a chi le stava intorno. L’aveva mostrata alle maestre, l’aveva mostrata ai compagni di scuola, l’aveva mostrata all’insegnante di danza e all’insegnante di violino, ma tutti avevano avuto la stessa reazione: si erano pian piano allontanati, spaventati. Qualcuno aveva provato a fermare lo sguardo su tutta quell’oscurità, alcuni, pochi a dire il vero, avevano persino cercato di capire, di indagare che cosa nascondesse davvero e non erano fuggiti, si erano solo discostati, comprensivi, ma distanti. La ragazzina intanto era diventata tale e crescendo erano cresciuti i capelli, le braccia (sempre più lunghe e ossute) ed era cresciuta anche la finestrella, ed era cresciuto anche il desiderio di trovare qualcuno in grado di regalarle una luce in grado di rischiarare tanta oscurità. La ragazzina attendeva chi, aprendo le persiane che celavano l’abisso, vi avrebbe gettato dentro una fiaccola capace di trasformare la notte in giorno. Il tempo passava e la ragazzina incontrava sempre più persone, ma a poche svelava l’esistenza della finestrella: dopo anni aveva imparato a distinguere fra coloro che sarebbero fuggiti per sempre e chi invece sarebbe rimasto, magari a qualche metro di distanza, con la sua piccola candela in mano. Un giorno per caso la ragazzina fu avvicinata da un compagno di classe: era biondo come i campi in estate e i suoi occhi erano di un azzurro liquido. Sembrava felice e rideva spesso, ci sapeva fare in compagnia ed era sempre attorniato da tanti amici pronti a scherzare e divertirsi. La ragazzina pensò che potesse essere finalmente lui il custode della luce. Incominciarono a parlare e le cose che si dissero piacquero ad entrambi. Quando parlavano si guardavano allo specchio e l’immagine riflessa mostrava una straordinaria somiglianza punteggiata da differenze che lasciavano aleggiare una curiosità creatrice. Un giorno la ragazzina decise di mostrare all’amico la finestrella: temeva la sua reazione, ma sentiva che senza questa confessione il loro rapporto non avrebbe potuto essere vero sino in fondo. Il ragazzo non scappò, non disse nulla, non fece un passo indietro, ma con circospezione le si avvicinò e mostrò a sua volta una piccola finestrella, in tutto e per tutto simile alla sua, che si apriva su un abisso altrettanto scuro. La ragazzina rimase sconcertata e non sapeva che cosa fare. La confortava il fatto di non essere sola, si sentiva compresa, ma temeva tutta quella oscurità. Lei stava aspettando la luce, la fiaccola che rischiarasse le sue tenebre ed invece si era trovata davanti un fondo più fondo di quello che teneva così accuratamente nascosto dentro di sè. Il ragazzo la fissava in attesa di una reazione ed intanto guardava ammirato attraverso le tenebre della ragazza. Non era fuggito, ma la scrutava con attenzione, con affetto. La ragazzina fece un passo indietro e lui capì. Richiuse la finestrella e per molti anni non si rividero più. Un giorno, tempo dopo, un giovane uomo e una giovane donna sedevano a fianco sulla pensilina di un tram. Si osservarono per qualche minuto, si riconobbero e decisero di andare a bere un caffè insieme. Parlarono del tempo, della famiglia, del lavoro, si ripromisero di vedersi una sera a cena. Prima di salutarsi e salire su tram che conducevano ai capi opposti della stessa città la donna domandò al ragazzino di un tempo come mai non fosse fuggito davanti all’abisso che si era trovato davanti. Lei ammise di aver avuto paura, ammise che era alla ricerca di una luce in grado di rischiarla, una luce che forse aveva trovato, ma che negli anni poi si era affievolita e solo allora aveva imparato ad amare le sue tenebre. Il giovane annuì col capo. Lui era rimasto, disse, non perché l’abisso non gli facesse paura, ma perché in quell’abisso aveva visto brillare delle stelle. Era rimasto perché in cuor suo sapeva che una luce abbagliante lo avrebbe stregato, inebriato con il suo calore, infatuato follemente, ma che piano piano si sarebbe affievolita. La luce che aveva visto brillare nel buio invece era chiara, limpida, luminosissima: non avrebbe illuminato un intero abisso, ma avrebbe illuminato il punto dell’abisso in cui voleva stare, il momento in cui aveva deciso di vivere. L’affetto in fondo, disse il giovane, sta nel saper guardare i grandi abissi senza paura di cadervi dentro, senza aspettare che una fiaccola li rischiari, ma sapendo che la luce è già in quel luogo, sapendola scorgere nonostante tutto. La donna salì sul tram e lo salutò con la mano. Entrambi avevano la consapevolezza che non si sarebbero rivisti mai più, ma che da qualche parte il calore di quella piccola luce condivisa li avrebbe scaldati per sempre.

Ambarabà ciccì coccò

C’erano una volta tre civette, ma non stavano sul comò e non facevano l’amore con la figlia del dottore. Forse non erano nemmeno tre, forse non erano nemmeno civette. Potevano essere quattro gatti ad esempio o sette nani, ma il succo è che c’erano. Una di queste civette un giorno si recò dal vecchio saggio della montagna e gli chiese: “Vecchio saggio della montagna (che magari non è una montagna, ma la collina di Bore) cerco il significato della vita” e il vecchio saggio di Bore rispose: “Il senso della vita è il conseguimento della felicità” e la civetta allora domandò “E come faccio a conseguirla oh vecchio saggio che stai a Bore, che poi magari è Boretto che sta nella bassa e in provincia di Reggio?“. Il saggio disse dunque “Quando la felicità busserà alla tua porta non dovrai fare altro che aprirle. Sii preparato“. La civetta se ne andò tutta gonfia nel suo piumaggio e fece ritorno al suo comò. Tutti i giorni la seconda civetta si alzava, usciva dal terzo cassetto del comò (che la seconda viveva nel terzo, la prima nel secondo e la seconda nel primo o giù di lì) e pensava “Ah se un giorno potessi essere una civetta felice! Ah se le gioie di un tempo facessero ritorno! Quando svolazzavo tronfia per i boschi di Carrega!” e sospirava lungamente. Seduta sul comò. Dal secondo cassetto la prima civetta la fissava e giorno dopo giorno pensava a com’era interessante quella civetta sospirante e come sarebbe stato bello svolazzare assieme in giro a caccia di ponghe da trifolare. Ogni tanto si trovavano sul tronco della quercia chiacchierona a chiacchierare. Un giorno la prima civetta riferì alla seconda della conversazione avuta con il vecchio saggio “Sto aspettando la felicità, è questione di poco. Il vecchio saggio mi ha detto di stare pronta!“. “Ma davvero?” disse la seconda civetta “Il saggio ha detto la stessa cosa anche a me! Che coincidenza! Forse non dovremmo vederci così spesso alla quercia. Se la felicità arriva e non ci trova nel comò?“. Dopo quella chiacchierata le civette presero a vedersi molto meno, stavano sul comò ad aspettare e aspettare e intanto sospiravano pensando al radioso domani. La terza civetta le osservava e si chiedeva come mai avessero rinunciato a svolazzare gaiamente in giro e se ne stessero tutto il tempo sole solette a sospirare. Chiese allora alle civette il perché di quello strano comportamento e le due civette risposero che attendevano la felicità. Domandò allora se non fossero felici a svolazzare in giro nella bassa e loro risposero che sì, non era male, ma il vecchio saggio gli aveva detto che la felicità presto avrebbe bussato alla loro porta e dovevano farsi trovare pronte, non c’era tempo per svolazzare. La terza civetta scosse le piume e volò nel pioppeto a pranzare con il Tasso (il cui spirito, si sa, infesta i pioppeti) conscia che, anche se il Tasso non era una civetta e tecnicamente nemmeno troppo vivo, in quello risiedeva la sua imperfetta favolosa felicità. Le due civette rimasero invece sul comò ad attendere. Attesero e attesero fino a quando smisero d’immaginare la felicità futura, fino a quando incominciarono a non credere al vecchio della montagna, fino a quando si ritrovarono a non avere altro che cose malinconiche da raccontare. Un giorno il vecchio della montagna scese da Boretto per visitare il Tasso nel pioppeto ed incontrò le due civette: “Chi si vede! Le due civette! Come state?”, ma le due civette risposero piccate che non avevano nulla da dire a chi le aveva così orribilmente ingannate. Allora il saggio rispose che nessuno gli aveva detto di aspettare ma di stare vigili, di saper guardare, di saper capire. E allora le civette capirono, ma era tardi, le ali stanche e delle ponghe da trifolare non c’era più traccia. Le aveva mangiate tutte il Tasso.

Ammissioni

Io detesto ammettere le mie debolezze. Certo, a nessuno piace farlo, ma ci sono persone che sono naturalmente più portate per accettare le proprie mancanze, giustificarsi un po’, magari cercando di migliorare ma senza farne un dramma, senza massacrarsi, senza tentare la via dell’autodistruzione. Queste persone alla fine vivono mediamente bene. Scaricano sugli altri parte del peso delle loro difficoltà, hanno la forza di dire “O così o non so cosa farci”, non passano il tempo a pensare che varranno di meno, saranno apprezzate di meno, amate di meno, perché non corrispondono al piano mentale che qualcuno ha studiato per loro. Sono persone che non pensano in automatico che la colpa sia loro, che non chiedono scusa ogni 5 minuti, che sanno fare un’alzata di spalle in scioltezza se una cosa gli viene posta male. Poi c’è chi come me si macera. Chi pensa sempre di avere torto, di dover cambiare, di dover dire di si ed andare incontro ai desideri di chi ha di fronte. Chi pensa che alla fine il bene personale sia effimero e quello altrui una missione, chi pensa che per sè ci sarà sempre un momento dopo “qualcos’altro” che va fatto subito. Fatico ad ammetterlo perché non mi piace. Non mi piace l’incertezza che ti trasmette questo atteggiamento, la sottile insoddisfazione di fondo, il dubbio che il tempo per “il piacere” non arriverà mai e i giorni verranno uno dopo l’altro ad affastellarsi sul dovere. Non mi piace pensare di vivere nell’attesa di uno spazio di felicità quando potrei essere già morta domattina.

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